Cenone di capodanno…ovvero una cena un po’ particolare

Con notevole e colpevole ritardo, parliamo oggi dell’ultima cena del 2011…

Quest’anno, il nostro cenone di San Silvestro è stato un po’ particolare per noi “gatti gourmandi”….

Soli soletti a casa, in compagnia di altri due mici, Juri e Rachele…dopotutto i gatti sono storicamente animali solitari, indipendenti, ed in certe occasioni non lesinano a ricordarlo!

Il nostro menù è a base di pesce, ideato strada facendo da entrambi… come sempre, del resto 😛 non abbiamo nessuna pretesa di rispettare la “tradizione”, facciamo di testa nostra, e soprattutto pensiamo ai nostri gusti

Ecco il nostro menù…

Antipasti:

Salmone affumicato, su letto di finocchi, citronette e nocciole

Gamberoni in pasta Kataifi, su maionese al papavero

Primo:

Gnocchi di patate con vongole e cozze

Secondo:

Filetto di branzino in crosta con piselli al burro

Dolce:

Bavarese al panettone

Vino:

dopo lunga ed attenta selezione, abbiamo optato per un Vin de Sables della Camargue,  del Mas de Montcalm

ed ora iniziamo…

il primo antipasto, ovviamente freddo, è molto veloce. Prendiamo il cuore di un finocchio e lo affettiamo molto molto sottile con una mandolina. Il salmone è indispensabile che sia di ottima qualità, ( ed il nostro lo era 🙂 ) quindi lo tagliamolo a striscioline e lo sistemiamo sul letto di finocchi preparato in precedenza. Ora il gioco è quasi fatto, prepariamo una citronette  e condiamo, intanto piego al gatto di montagna, che quest’ultima non è una salsa “strana”, ma semplicemente: olio, sale, pepe e succo di limone. Finiamo il piatto spolverando con nocciole tritate grossolanamente.

…..

Il secondo antipasto è semplice, quanto stuzzicante. Si tratta di code di gambero avvolte nella pasta Kataifi, ovvero una particolare pasta, originaria della Grecia, molo simile alla pasta fillo, ma caratterizzata da tanti piccolissimi fili, assomiglianti a spaghetti, ha sapore neutro essendo farina, acqua e sale.Trovarla non è facile e farla in casa praticamente impossibile 😉 Ma se vi capita di vederla non perdete l’occasione di sperimentare. I gamberoni si possono utilizzare freschi, oppure surgelati (come abbiamo fatto noi), l’importante è che siano belli grossi e di buona qualità. Una volta sbollentati e puliti, vi avvolgiamo attorno la pasta. È importante fare velocemente perchè la pasta si asciuga molto in fretta e quindi si rompe diventando inutilizzabile. Infilato uno stecchino in ogni gambero, possiamo sistemarli su una teglia da forno, e dopo aver messo un filo d’olio, infornare. Non guardiamo i tempi di cottura, ma ci basiamo sulla doratura. Nel frattempo insaporiamo la maionese con semi di papavero. Il piatto è così pronto!

…..

La preparazione del primo è altrettanto semplice. Gli gnocchi di patate ( che rappresentano il passaggio più lungo di questa ricetta ) ovviamente li abbiamo preparati, in precedenza, noi…..Per il condimento: in una grossa padella (rivestimento in ceramica), facciamo sciogliere una noce di burro, si aggiungiamo le cozze e le vongole e si sfuma con vino bianco. Quindi la panna liquida, un cucchiaio di concentrato di pomodoro e un pizzico di sale. Nel frattempo portiamo a bollore l’acqua salata,  ed ora buttiamo gli gnocchi. Non appena vengono a galla, coliamo con la schiumarola direttamente nella padella con il condimento. Saltiamo per un paio di minuti, amalgamando bene con un cucchiaio di legno, ed aggiungendo prezzemolo tritato. Evitando di far asciugare troppo il condimento, il primo è servito.

…..

Eccoci  al secondo, anche se siamo già quasi esausti, come pensavo gli gnocchi sono molto sostanziosi, ma altrettanto buoni e faccio i complimenti al gatto 😉 dicevamo del secondo… iniziamo con il comprare un branzino e pulirlo..forse era troppo comodo comprarlo già pulito, ma la chat gourmande preferisce così. Ammetto che la pasta sfoglia l’abbiamo comprata già pronta, è troppo lungo prepararla, e noi non avevamo tutto questo tempo. Fare “l’intereccio” non è difficile, ma lo è spiegare il procedimento; comunque io ci provo: tagliate la pasta sfoglia in 14 strisce da 2*14cm. Appoggiate su un foglio di carta da forno 7 strisce accostate e sollevate le strisce pari ripiegandole all’indietro. Appoggiate una striscia di sfoglia perpendicolarmente alle strisce dispari. Stendete di nuovo le strisce, piegate sopra la striscia orizzontale. Ripetete la stessa operazione sollevando le strisce dispari, facendo attenzione che siano sempre ben accostate. Proseguite fino all’esaurimento delle strisce. Pareggiate gli estremi e chiudete gli intrecci esercitando una lieve pressione con i rebbi di una forchetta……… comunque il piatto è altrettanto  buono se la pasta si usa tale e quale 😉 Su un  foglio di carta da forno appoggiamo il filetto di branzino, condito con olio, sale, pepe, origano e pezzi di pomodoro. Ricopriamo  con l’intreccio di pasta, che pennelleremo con un filo d’olio. Ora tutto in forno caldo per un quarto d’ora.

Prepariamo il contorno: iniziamo con un soffritto di cipolla, nella quale metteremo i piselli, chiudiamo con coperchio, e lasciamo stufare per una ventina di minuti. Finire la cottura salando ed amalgamando ancora una noce di burro crudo.

…..

Il dolce forse è la cosa più complessa, ma si puo’, anzi si deve preparare il giorno prima, per cui non ci crea troppi problemi. La prima cosa da fare è organizzarci per avere a disposizione tutti gli ingredienti, quindi eccoli:

2,5 dl di latte

4 tuorli

1 limone non trattato

1 arancia non trattata

6 cucchiai di zucchero

1\2 baccello di vaniglia

3 cucchiai di Grand Marnier

130 g di panettone sbriciolato e tostato

10 g di gelatina in fogli (colla di pesce)

2 dl di panna fresca da montare

Sbattiamo i tuorli con 2/3 di zucchero facendoli montare leggermente. Nel frattempo facciamo bollire il latte con la vaniglia e la scorza di limone.  Amalgamiamo il latte al composto di uova e zucchero e lo facciamo addensare a bagnomaria oppure a fuoco molto basso, sempre mescolando fino ad avvenuta cottura. Con la crema ancora calda aggiungiamo il panettone. Io metto a bagno la gelatina per 10 minuti in una ciotola con acqua fredda, e il gatto prepara lo sciroppo, facendo sobbollire il succo e la scorza di mezza arancia, il liquore e lo  zucchero restante. Infine uniamo la gelatina allo sciroppo ancora caldo. Manca poco alla fine; si monta la panna, quindi la incorporiamo delicatamente alla crema inglese, ormai fredda, al panettone e allo sciroppo con la gelatina. Si versa in piccoli stampi monoporzione e mettiamo a rassodare in frigorifero. Al momento di servire rovesciamo la bavarese in un piatto da portata e la completiamo con una salsa al cioccolato ( cioccolato fondente sciolto a bagnomaria con latte o panna liquida)

Abbiamo finito,o quasi…

A fine cena, con ancora nel palato il sapore provenzale del Vin des Sables,  e dopo un doveroso caffè, aggiungiamo un tocco di Normandia, con un buon bicchierino di Calvados….ricordi di un anno, ricordi di vacanze, concentrati in una cena speciale in cui i gatti gourmandi han cercato di dare il meglio di sé, per iniziare un nuovo anno e, forse, una nuova vita.

Miao!

P.s  questa pagina  è stata scritta a quattro mani…o meglio a otto zampe, così com’è stata preparata questa cena  😉

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Auguri, anche alla Befana!

Com’era inevitabile anche quest’anno l’Epifania è arrivata, e le feste sono ormai finite.

Il termine Epifania di origine greca, significa “manifestazione” “apparizione” ed è stato utilizzato dalla tradizione cristiana per designare la prima celebrazione della divinità di Gesù Cristo, avvenuta nel momento dell’apparizione dei Re Magi.

Una leggenda narra che un giorno, i Re Magi partirono carichi di doni (oro, incenso e mirra) da portare a  Gesù Bambino. Attraversarono molti paesi guidati da una stella e in ogni luogo in cui passavano gli abitanti accorrevano per conoscerli e per unirsi a loro. Ci fu solamente un vecchietta che si rifiutò di seguirli. Il giorno dopo, pentita, cercò di raggiungerli, ma ormai i Re erano già troppo lontani. Fu così che da allora, nella notte tra il cinque e il sei gennaio questa vecchietta passa in ogni casa a distribuire i doni ai bambini, i doni che non riuscì mai a portare a Gesù.

 La tradizione popolare fonde le origini cristiane in momenti folcloristici e pagani, è così che questa vecchietta diventa la Befana, che con il suo abito scuro e trasandato rappresenta una  sorta di fata, o strega, e quindi benefica, ma talvolta, anche funesta: così ai bambini buoni porta dolci e giocattoli, mentre a quelli cattivi porta per lo più carboni spenti.

Nel mondo rurale la vecchia è altresì simbolo della natura che sta morendo e che lascia il posto alla rinascita, distribuendo doni affinché il nuovo anno solare rinasca sotto i  migliori auspici.

Anche in questo caso la cucina celebra questa festività.

In Piemonte e soprattutto nella provincia di Cuneo è facile trovare in questo periodo un particolare dolce: la Fugassa d’la befana.

È un dolce antico che affonda le origini nelle feste famigliari. Ha un aspetto rotondo e sembra una margherita.Gli ingredienti sono semplici: farina di frumento, lievito naturale, burro, tuorli d’uovo, zucchero,  vaniglia, scorza di arancia e limone, un pizzico abbondante di sale per rende il sapore particolare. Si impastano tutti gli ingredienti, e il composto ottenuto si lascia riposare per tutta la notte al coperto. Al mattino, si fraziona la pasta a seconda del numero di fugasse che si vogliono preparare, e quindi si fa riposare per una decina di minuti. In seguito si schiaccia ogni pezzo fino ad ottenere uno spessore di 3 cm circa e si sistema sulle teglie. A questo punto si taglia a spicchi (dispari) che andranno sovrapposti uno sull’altro. Lasciare lievitare, lucidare la superficie con albume e cospargere con granella di zucchero. Cuocere in forno a 180 fino a completa doratura.

La particolarità?

La fugassa è un dolce a sorpresa! Infatti in ogni dolce si “nascondono” due fave, una bianca e una nera. La tradizione vuole che chi trova la fava bianca nella propria fetta dovrà pagare l’intera focaccia e a chi trova la seconda spetterà il pagamento del vino di accompagnamento.

Le focacce dolci erano preparate da ogni buon panettiere che si rispetti, questa ha la variante della fava, ma l’impasto è sempre il medesimo 😉

Cosa resta da dire….. auguri alle Befane, e buona festa a tutti!!

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Se il pane diventa dolce …

 Ormai ci siamo, le festività  di Natale sono arrivate. Ammetto che non sento molto l’atmosfera natalizia, negli ultimi anni soprattutto, ho quasi un rifiuto verso questa festa che mi sembra fin troppo commercializzata. Ma è comunque un momento di riunione e dove piccoli o grossi progetti vengono affidati  all’anno che presto arriverà.

Oggi ho deciso di fare un dolce, un dolce lievitato. Non fate il solito abbinamento: Natale = panettone, non voglio peccare di superbia, il mio è un semplice pane dolce che pur avendo gli stessi ingredienti del cugino milanese, ha una lavorazione molto più semplice, ma il risultato è comunque interessante.

Sono buona, come dovrebbero essere tutti in questi giorni, così vi scrivo le dosi che ho usato:

  • 500 g. farina
  • 240 g. latte
  • 150 g. zucchero
  • 100 g. burro
  • 1 uovo
  • 25 g. lievito di birra
  • Un pizzico di sale
  • La scorza grattugiata di un limone e di un arancia
  • 1 bustina di vanillina (facoltativa)
  • 100 g. di uvetta ammollata nel marsala o rum

La lavorazione è semplice, l’impostante è impastare molto a lungo tutti gli ingredienti, fino a quando si ottiene una pasta liscia e soffice.

Vi consiglio di aggiungere l’uvetta nelle fasi finali dell’impasto per non rischiare che si rompa, ed unire parte della marsala, per renderlo più profumato.

A questo punto dopo averlo sistemato in una ciotola e coperto con uno strofinaccio umido, lasciatelo riposare  in un luogo caldo, assicurandosi che lo straccio sia sempre umido.

Trascorsi almeno 50 minuti, date un veloce impasto e formate le piccole pagnotte ( è possibile anche farne una sola, ma avrà più difficoltà nella lievitazione e nella cottura)

Sistematele su una teglia ricoperta di carta da forno, incidetele la superficie e anche questa volta sistemate in un luogo caldo; se è possibile sarebbe consigliabile vaporizzare regolarmente con acqua per non far asciugare la superficie.

Trascorsa almeno un ora, o comunque il tempo necessario per avere il raddoppiamento del dolce, spolverate con zucchero la superficie e infornate.

Il forno non deve essere troppo caldo, 170° C nel  mio forno sono sufficienti. I tempi di cottura sono variabili per via dalla pezzatura che avete fatto, ma partono dai 30 minuti in su’, anche se tenendolo d’occhi capirete sicuramente quando la crosta sarà abbastanza dorata.

Ovviamente la conservazione non è paragonabile ai dolci industriali, o di pasticceria, vista la diversa lievitazione, ma avendo l’accortezza  di intiepidirlo, anche questo semplice pane risulterà morbido e fragrante.

Come avrete capito non è una ricetta tipicamente natalizia, ma io ho usato questo dolce per fare i regali di Natale….beh aggiungendo confetture fatte in casa così come i biscotti, è venuto fuori un sacchetto di doni NON inutili e se vogliamo poco costosi 😉

Concludo augurandovi Buona Natale a tutti, e mi raccomando in questi giorni di festa ricordatevi dei vostri amici a quattro zampe, e cucinate qualcosa di buono anche per loro, perché come noi sono molto golosi….. anzi gourmands.

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Piccoli baci di cioccolato

Il Piemonte è per molti aspetti la culla della pasticceria italiana moderna. Qui, dove i grissini venivano considerati biscotti, vi è una ricca varietà di prodotti dolciari, dai più rustici e poveri  “crumiri” e “canestrelli”, ai ricchi e regali “cuneesi”, “torcetti”,”bignole”, “baci di dama”o” amaretti”.

Ma è nella Torino sabauda, tra palazzi e chiese barocche, si tramanda da secoli la storia di questa grande arte fin dalla fine del  ‘700, quando il capoluogo subalpino esportava grandi quantità di cioccolato in tutta Europa.

La fama della piccola pasticceria e del ricercato cioccolato vide per tutto l’800 e oltre il massimo splendore nei  neonati “Caffè”……si, proprio quei caffè dove si  dice che la storia d’Italia sia nata, e basta fare un giro in questi locali per rendersi conto che questa non è solo una leggenda.

Carlo Alberto di Savoia, conosceva bene questi locali, dove si incontravano i maggiori personaggi politici e culturali dell’epoca: Cavour era solito recarsi al Caffè Fiorio, Massimo D’Azeglio, Giolitti ed Einaudi preferivano Baratti&Milano,mentre De Gasperi si rilassava al caffè Torino e  Alexandre Dumas era un habitué del Bicerin.

Ancora oggi i Caffè Storici sono parte del costume e della cultura della città, tappa obbligata per rivivere l’atmosfera elegante e raffinata del secolo scorso.

Oggi vi propongo un dolce semplice, ma anch’esso protagonista della storia piemontese.

Si narra che i primi baci di dama furono creati, un po’ per caso, da un cuoco della casa reale alla fine dell’800. Come spesso accade le migliori invenzioni nascono dalla necessità di usare gli ingredienti che si hanno a disposizione . In quel caso mandorle, burro, zucchero,farina e cioccolato.

La preparazione è relativamente semplice: dopo aver  raffinato le mandorle(150g) con lo zucchero(120g) si incorpora il burro(150g) e la farina(150g). È consigliabile impastare velocemente, per non far sciogliere il burro, e dopo un opportuno riposo in frigorifero, si formano delle piccole palline poco più grandi di nocciole ( a proposito, in alcune zone del Piemonte si usano nocciole abbinate alle mandorle). Cuocere in forno MAI troppo caldo (150°C) per circa 15 minuti. Lasciare raffreddare bene e ricordarsi che appena sfornati sono biscotti molto delicati e si rompono facilmente. A questo punto attaccate due biscotti con una goccia di cioccolato sciolto a bagnomaria, proprio come un bacio di cioccolato che solidificandosi lega per sempre i due piccoli biscotti.

I baci di dama si possono realizzare aggiungendo cacao all’impasto e quindi cioccolato bianco, ma questo non fa parte della ricetta tradizionale 😉

Se ben chiusi in scatole o barattoli hanno una conservazione abbastanza lunga ……..sempre se non vengono mangiati prima 😀

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le migliori “moules & frites” della nostra vita

Sembrerà strano, ma i due “gatti gourmandi” viaggiano pure… e nei loro viaggi non mancano di gustare le specialità locali..

Quest’estate, nel corso del nostro viaggio in Normandia & Bretagna, siamo capitati in un posto particolare, nei pressi di Trinitè-sur-Mer, a poca distanza da Carnac, località molto famosa per gli allineamenti celtici di menhir.

Dopo aver visitato i siti storici di Carnac, in auto ci stavamo dirigendo verso Locqmariaquier, mentre io leggevo la guida Lonely Planet della Bretagna. La sera prima avevo intravisto una segnalazione di un locale…che veniva ricordato perché “avrete l’occasione di gustare uno tra i  migliori pranzi a base di pesce fresco che abbiate mai provato”.

Essendo due mici golosi di “pescetti”, consultavo la guida per capire se fossimo in zona, vista l’ora prossima al pranzo… ci fermiamo per cercare di capire dov’è il posto, “appena dopo Trinitè-sur-Mer”, alzo gli occhi perplesso e vedo l’insegna….ci siamo davanti! Senza esitare, scendiamo per una stradina stretta che porta ad un parcheggio non troppo grande.

Solo targhe francesi.. ciò non ci inquieta, anzi, ci rende ancora più curiosi. Fuori c’è il menù, i prezzi sono nella norma (moules&frites tra gli 8 e i 10 €) se non addirittura economici, non abbiamo alcun dubbio, entriamo immediatamente!

il caratteristico locale

Il locale è particolare, si tratta di una ex rimessa per barche riadattata, con un enorme banco di pesce fresco, soprattutto molluschi, e lunghe tavolate conviviali. Il posto è molto alla buona, oserei dire “ruspante”, i camerieri tutti giovani, ed una ragazza addirittura scorazza a piedi nudi servendo ai tavoli.

l'invitante buffet appena entrati da Jaouen

Il buffet di molluschi (boulots, granchi, gamberi, telline, ostriche, etc) è molto invitante (25 € per mangiare a volontà), ma anche la scelta di Moules ci ispira molto, e, un po’ timorosi nel vedere gli attrezzi e le evoluzioni di alcuni commensali per avere ragione dei molluschi del buffet, andiamo sul “tradizionale”, cioè uno dei piatti di mare più famosi ed a buon mercato delle coste francesi, soprattutto settentrionali.

Moules a la moutarde & frites & un verre de Muscadet

Moules a la moutarde e frites, accompagnate da un vino bianco, l’unico che si trova da queste parti, il Muscadet, molto delicato e adatto al pesce fresco.

Gustiamo le cozze più buone che abbiamo mai mangiato in vita nostra, con quel gusto di fresco, appena pescato, non me lo dimenticherò mai. Si sente chiaramente che sono state pescate poche ore prima, non hanno niente a che vedere con molte cozze di allevamento del delta del Po..quelle cui siamo abituati in Italia.

Ci vengono servite in due recipienti di plastica, due bacinelle, in tavolate “miste”, ma è proprio quest’aspetto poco “chiccoso” che ci mette a nostro agio. I nostri vicini di tavolo sono alle prese con uncini e pinze per vincere degli enormi granchi rossi, noi siamo immersi nella libidine delle nostre moules.

i caratteristici recipienti

A fine pranzo siamo sazi ed appagati, evitiamo il dessert. L’unica nota stonata è la velocità con cui ci viene sparecchiato il tavolo, non avevo ancora finito il mio vino e ci rimango un po’ male, lanciando un’occhiata feroce alla cameriera dei piedi scalzi… che capisce.. ma ormai è tardi, ed il mio Muscadet ha preso la via della cucina..

Il conto ammonta a circa 14 € a testa, ottimamente spesi.

Sappiamo che, se un giorno passeremo di qui, all’Acquacolture Jaouen torneremo sicuramente. Un grazie a Ventefioca, senza la cui guida Lonely Planet non avremmo mai trovato questo locale.

Aquaculture Jaouen Sté

Kernivilit, 56470 Saint Philibert (Bretagna, Francia)

02 97 55 10 66 ‎

Sito web: http://jaouenaquaculture.objectis.net/la-degustation-de-fruits-de-mer-chez-Jaouen

Mappa:

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Paella “quasi flambè”

Paella “quasi flambè”

La paella è forse il piatto più famoso della cucina spagnola mediterranea. Ammetto di non aver mai mangiato la vera paella spagnola, ma la sua variante della Francia del Sud, meno “pesante”, che si chiama “paella royale” e che si può gustare soprattutto in Camargue, nel dipartimento delle Bouches-du-Rhones, già influenzato dalla cultura spagnola.

Non ho mai provato a riproporla a casa, finchè “qualcuno” non mi ha regalato una bella Paellera in ferro.. per cui, una sera di gennaio ci ritroviamo in cucina per realizzare questo piatto nella variante del sud della Francia.

Il fatto che, durante le prime fasi della preparazione, vada a fuoco la canna fumaria della stufa, è solo un dettaglio, un ingrediente non previsto, che comporterà l’intervento del “gatto scrivente” sul tetto con secchi di acqua per spegnere l’incendio, fortunatamente senza conseguenze, se non un po’ di affumicamento forzato…

Mentre faccio il “grisù”, l’altra “gatta golosa” continua la preparazione, nell’attesa di rientrare anche io nelle vesti di cuoco, e non di pompiere…

Passato il brivido, veniamo a noi, quindi…per le dosi, ognuno si regoli di conseguenza.. per il riso noi abbiamo scelto di usarne 70-80 grammi a testa, preferendo un condimento più ricco.

Gli ingredienti per la paella royale sono personalizzabili a scelta, l’importante è che non manchino carne (pollo) e pesce (frutti di mare, etc).

  • Riso, possibilmente a chicco lungo
  • Sovracosce di pollo
  • Calamari
  • Cozze
  • Code di gambero
  • Peperoni rossi e gialli
  • Fagiolini
  • Piselli
  • Pomodori
  • Cipolla
  • Aglio
  • Zafferano
  • Peperoncino
  • Sale & pepe
  • Olio extravergine di oliva
  • Fumetto di pesce
  • Vino bianco

Volendo si possono aggiungere anche scampi, soprattutto per decorazione e/o salsiccia di maiale piccante, ma in genere la versione camarguese non ha carne di maiale.

La preparazione e la cottura sono abbastanza lunghe, bisogna preventivare almeno un’oretta.

Per prima cosa abbiamo preparato il fumetto di pesce, ed in una pentola abbiamo fatto dischiudere le cozze, tenendo da parte il loro liquido, che andremo poi a filtrare.

In una padella a parte, con un po’ di olio, rosoleremo i calamari tagliati ad anelli, mentre in una pentola sbollenteremo le code di gambero per poterle sgusciare facilmente.

Nella paellera, su fuoco medio, rosoliamo le sovracosce di pollo con un po’ di cipolla, aglio, olio extravergine di oliva ed un pizzico di sale, fino a far prendere loro un po’ di colore e sfumando con il vino bianco.

Tolto il pollo, mettiamo i peperoni tagliati a listarelle e li cuociamo per qualche minuto, togliendoli poi a loro volta, per evitare che nella cottura successiva si disfino. Aggiungiamo quindi le altre verdure (i piselli ed i pomodori tagliati a cubetti) per qualche minuto. Rimettiamo quindi il pollo nella paellera, il liquido filtrato delle cozze, il fumetto di pesce, le spezie (peperoncino) ed i calamari, e amalgamiamo il tutto.

Aggiungiamo quindi il riso, spargendolo per bene, ricoprendo ancora con il brodo di pesce ed infine aggiungendo lo zafferano. Teoricamente non dovremmo più mescolare, facendo cuocere a fuoco lento, ed aggiungendo brodo se necessario.

Quando il riso sarà asciutto, si aggiungono le cozze e  le code di gambero, e la nostra paella sarà pronta. Consigliamo per l’abbinamento un vino bianco od un rosato, possibilmente della Provenza (Côtes du Rhones o du Ventoux) o della Camargue (Vin de Sables).

Per essere la prima volta che ci cimentavamo nella Paella royale, siamo rimasti molto soddisfatti, anche se quell’odore di micio affumicato che mi portavo addosso, un po’ disturbava… Miao!

Qualche foto 🙂

l'aspetto prima di rimettere il polletto

l'aggiunta delle verdure

amalgamiamo il tutto e poi aggiungiamo il pollo ed il riso

ed ora non si mescola più..

ci siamo quasi...

et voila, è pronta! gnam gnam!

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Benvenuti.. anzi.. bienvenue!

Ed eccoci ad inaugurare questo blog di pasticci in cucina. Su queste pagine proveremo a raccontarvi i nostri esperimenti culinari, senza alcuna pretesa… e, decisione sofferta, non indicheremo mai, se non in casi particolari, le dosi..

Voi vi chiederete “eh ma allora, a che serve?” Beh.. secondo noi le dosi sono soggettive, sta a voi capire volta per volta cosa significa il famoso “Q.B.”. Noi “gatti chef” lo abbiamo imparato, ed ancora lo impariamo, strada facendo tra esperimenti riusciti ed altri meno..

Quindi vi indicheremo gli ingredienti (ci mancherebbe!) ed in alcuni casi i tempi, quando strettamente necessari 😛

Cercheremo di raccontarvi anche qualche esperienza culinaria “estera” e non solo, vissuta direttamente non dal lato della cucina, ma seduti comodamente  con le gambe, ops le zampe, sotto il tavolo.

Per cui.. non ci resta che augurarvi buon appetito, ed affilare le forchette (o lecarvi i baffi, dipende da voi..), oltre che “Buona lettura”.

Roby & Giuly

Bon appetit! Miao!

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